Interviste

Grazia Verasani: l’evasione senza spessore? E’ solo rimozione Caro Dario ti scrivo ...

Nov 10, 2016 Dario Villasanta

Se incensassi chi intervisto solo per questo motivo, sarebbe piaggeria. Ma siccome intervisto solo chi mi piace, posso dirlo: Grazia Verasani  per me, è un po’ come Maradona. Le attribuiscono un carattere imprevedibile, ma a parte che, dal pochissimo che ho avuto modo di conoscerla si è sempre comportata anche con me – un parvenu dei libri – con squisita cortesia; onestamente poi, chissenefrega! È brava e basta, e quelli bravi devono sempre ‘giocare’, strappano applausi a chiunque.  Poi  parla davvero con il cuore ogni volta che dice la sua, attenta ai problemi di oggi, mai banale e con molto più equilibrio di molti sedicenti opinionisti – pagati per farlo, per di più – e senza mai paura di andare all’attacco in certi , ma non riesco a non trovare una dolcezza di fondo anche nelle sue recriminazioni più accese. Le sue parole, qui di seguito, vi basteranno per farvene un’idea.

Il tuo romanzo precedente, Senza ragione apparente, è stata una discesa libera e toccante nel mondo degli adolescenti. Spesso ti capita anche di andare nelle scuole, a parlare con i ragazzi. Io personalmente credo molto nei giovani, eppure tutti a dire che sono superficiali, Internet-dipendenti, e così via. Tu come li consideri, cosa ti salta all’occhio di loro in particolare?

grazia1Premetto che sto benissimo con i ragazzi, ogni volta che per lavoro o altro ho a che fare con loro. Li trovo molto più adulti di tanti “adulti” della mia generazione. E qui rido un po’… ma ci sta. Li vedo centrati, curiosi, volenterosi, a dispetto di un futuro incerto e delle mille difficoltà in cui si muovono per trovare un’occupazione degna dei loro studi. Non si può generalizzare, certo. Vedo in giro anche superficialità, rampantismo, i danni di certa televisione, un’aggressività acuita dalla scarsità degli spazi concessi e dalla mentalità opportunistica a cui sono forzati, passando sempre lo stesso ritrito messaggio: che devi avere santi in paradiso, che spesso non è il merito a vincere, che il talento da solo non basta ma le giuste amicizie o parentele. Insomma, tutto ciò che è collegato a una visione distorta del successo.

Una domanda sul Noir: secondo te è vero che è il genere letterario che meglio descrive la realtà odierna? O non ha senso parlare troppo di generi, soprattutto oggi, quando un libro è bello e ben fatto?

Sono sempre stata contraria alle etichette, le trovo soffocanti, asfittiche, parziali. Un romanzo di qualità non ha genere se non la bellezza che ne traspira. Ci sono autori che hanno scelto il noir per raccontare la realtà, rifuggendo dal romanzo borghese o intimista. Ma l’autorità di un libro non dipende dal genere. Trovo assurdo che a un Premio Strega non possa partecipare un Massimo Carlotto, per fare un esempio. All’estero questi paletti sono meno rigidi. Trovo fastidioso il proliferare di gialli mal scritti ma anche l’allergia parruccona di certa critica verso questo genere, che a mio parere non è e non è mai stato di serie B. Provincialismo italico che noia…

Cambiamo argomento: talent- show. Come stanno cambiando, in meglio o in peggio, il modo delle nuove leve di avvicinarsi all’arte? Tu hai alle spalle una grande preparazione e gavetta, oggi non ti pare che ci siano meno tempi (e voglia, forse) per una vera preparazione artistica? Qualcuno direbbe che è un sintomo culturale…

grazia4Sì, viviamo nel mondo delle instant star, “personaggi” che nascono e muoiono nel giro di un secondo. Non esistono regole. Ci sono artisti che fanno lunghe, disciplinate e sudate gavette prima di raggiungere determinati risultati, e altri che per genio o fortuna si impongono velocemente. Costruire una carriera duratura è sempre più complesso. Rispetto ai talent show, vedo ragazzi bravissimi che ci provano, e mi chiedo che fine faranno dopo una vittoria o qualche disco, se riusciranno a depistare la precarietà di un mondo usa e getta e incidere un percorso senza brevi scadenze. La cosa più terribile è che spesso dipende dal “caso”…

L’arte in Italia, dai libri al cinema, passando per la musica, riesce ancora ad avere un ruolo nella coscienza collettiva?

grazia2Credo che chi si occupa di arte e cultura non riceva un adeguato rispetto verso ciò che, a tutti gli effetti, è una professione come un’altra. La politica ha responsabilità forti in questo senso. E la tv ha semplificato il linguaggio, lo ha involgarito, così come il mercato (libri, film etc) che punta su un’evasione senza spessore, sull’omologazione gregaria, sulla facilità: che poi è solo rimozione.

Chiudiamo con una domanda ispirata al tuo nuovo Lettera a Dina, appena uscito per Giunti. Parla dell’amicizia tra due ragazze, in un’epoca particolare. Senza entrare nel merito del libro, secondo te oggi, più che mai epoca di apparenza vista come viatico per il successo personale, è più difficile coltivare vere amicizie, oppure no?

In questo romanzo racconto l’amicizia giovanile, cioè religiosa, impetuosa, passionale. Crescendo si diventa più laici, distaccati. E’ nell’ordine naturale delle cose. Quando si è vergini di ferite ci si lancia senza paracadute, non ci sono fortini, autodifese, prudenze. Si ama e basta, e chi può dire se è coraggio o incoscienza? Come scrive Petrarca nel “Canzoniere”: “Tra la ragione e il cuore vincerà il migliore…”. Io non ho ancora capito su quale organo propendere…

Già, Grazia, tu non l’hai ancora capito, ma trovamene uno che c’è riuscito. E tra cuore e ragione, nel mentre l’importante è, quantomeno, porsi la domanda, come fai tu.