Gialli Classici

E’ un problema – Tra romanzo e film di Agatha Christie, Anno 1949

Nov 10, 2017 Paola Rocco
Trama 100
Suspense 100
Scrittura 100
100
Il nostro voto 100

Crooked House (scialbamente tradotto in Italia con È un problema) è uno dei gialli della Christie privo dei suoi investigatori fissi (Miss Marple, Hercule Poirot, Tommy e Tuppence).

Nel libro infatti – così come in questa versione cinematografica di Mistero a Crooked House – a ficcare il naso nell’intimità della famiglia per cercar di scoprire chi abbia fatto fuori il patriarca, l’anziano capostipite Aristides Leonides, iniettandogli nelle vene una dose d’eserina invece che d’insulina è il giovane Charles Hayward: al quale nel romanzo originale spetta anche il ruolo di voce narrante nonché quello di promesso sposo in incognito di Sophia, la prima dei tre nipoti del defunto.

Ed è appunto Sophia a sospettare che la morte del nonno possa essere opera d’uno dei familiari e a chiedere al fidanzato d’investigare, aprendogli le porte della grande casa deforme dove vive con tutta la sua famiglia: ovvero, oltre al nonno ora defunto, la giovane Brenda, seconda moglie di questi, i due figli di primo letto Philip e Roger con le rispettive mogli, i tre nipoti (oltre a Sophia ci sono infatti Eustace e la piccola Josephine), l’anziana nannie e l’austera Edith de Haviland, sorella della prima moglie di Leonides e zia dei tre ragazzi.

Ah, c’è poi anche il precettore dei due nipoti più giovani, l’enigmatico Lawrence Browne, obiettore di coscienza e poeta dilettante, col quale si sospetta Brenda abbia avviato una relazione adulterina.

A causa delle vicissitudini della guerra – siamo nel 1950 nel libro, qualche anno dopo nel film – e dello scarso senso degli affari dei figli i diversi nuclei familiari vivono infatti tutti insieme nell’immenso e quasi mostruoso cottage vittoriano che Leonides s’è fatto costruire coi proventi della gigantesca catena di ristoranti da lui fondata mezzo secolo prima: “La cosa più curiosa è che aveva l’aria d’essere deforme… era il vero tipo del cottage, ma un cottage gonfiato, fuori da qualsiasi proporzione. Sembrava una casa di campagna vista attraverso un gigantesco specchio deformante… Era proprio l’idea che un greco, proprietario di ristoranti, poteva farsi di un’abitazione inglese!”.

Qui Leonides ha vissuto felicemente con la prima moglie, lady de Haviland, figlia d’un gentiluomo di campagna che l’ha sposato a dispetto di amici e familiari (“… i genitori di lei non ne volevano sapere di un greco di Smirne, ma a lungo andare dovettero cedere…”) e prima di morire ancora abbastanza giovane gli ha dato otto figli: sei sono scomparsi in varie circostanze, ne sono ancora in vita appunto solo due, Philip e Roger.

Ma, mentre quest’ultimo non ha avuto figli, Philip e la moglie Magda ne hanno avuti tre: e tutti, in famiglia, tutti a parte lo stesso Aristides – fin da subito presentato come un essere provvisto d’un acume fuori dal comune ma scarsamente dotato sul piano fisico -, tutti sono belli, nel libro: mentre nel film quest’aspetto pur importantissimo è meno insistito, con uno scarto significativo rispetto all’originale. Belli della bellezza e del fascino aristocratico dei de Haviland, dunque, tutti, tutti meno uno: anzi, due.

La bruttezza dell’anziano patriarca, il cui ritratto campeggia sinistramente in uno degli immensi saloni di questa crooked house che sembra ricalcare nell’aspetto e nelle proporzioni grottescamente fuor di misura sia l’ego abnorme che l’infelicità fisica del suo creatore, è infatti una bruttezza “quasi leggendaria”: così come l’ascendente che malgrado ciò Aristides ha sempre esercitato sulle donne (“sembra impossibile considerando che il nonno aveva ottantotto anni, ma Brenda ne subiva enormemente il fascino…”, afferma risolutamente Sophia) e la mancanza di scrupoli con cui ha costruito il suo impero, sbarcando in Inghilterra da poverissimo immigrato.

E a parte la nipote Josephine, l’ultima nata, la piccola di casa, che pur avendo ereditato il brillante intelletto del nonno – almeno così sembrerebbe – ne ha purtroppo replicato anche l’aspetto infelice e, unica in una famiglia d’eccezionale grazia, è francamente brutta: d’una bruttezza dichiarata, esplicita e tangibilmente fisica su cui la Christie indugia senza imbarazzi e reticenze politically correct e che nel film va inevitabilmente perduta, la giovanissima attrice non apparendo giustamente altro che una normale dodicenne imbronciata e capricciosa, lontana anni luce dal mostruoso modello.

Tra parentesi, verrebbe spontaneo chiedersi il perché d’una scelta registica così impegnativa, risolta poi in modo così deludente.

Il film rinuncia dunque disinvoltamente – si direbbe quasi a cuor leggero – a un elemento di fondamentale importanza che nell’originale sostiene sotterraneamente l’intero edificio narrativo, appunto la straordinaria bruttezza di Josephine, la nipotina dominata da un forte rancore nei confronti del nonno pur defunto il quale però quand’era in vita le ha impedito di realizzare il suo sogno, la danza, privandola, con ciò, anche della possibilità d’esorcizzare sul palcoscenico la propria deformità fisica sublimandola in perfezione tecnica.

Non a caso nel libro è mostriciattolo l’appellativo con cui la splendida mamma è solita chiamare  la sua bambina, nel film goffamente tradotto con trovatella nel tentativo di contrabbandare un’estraneità di Josephine rispetto al resto del nucleo familiare che tuttavia non viene spiegata né sembra potersi in alcun modo giustificare.

Annacquato risulta poi anche il carattere della giovane Sophia, la maggiore dei tre nipoti e nel romanzo come nel film unica beneficiaria dell’imponente eredità del nonno.

Ma, mentre nell’originale la scelta del saggio patriarca cade sulla ragazza per comprensibilissimi motivi – quest’ultima riunendo in sé acume intellettuale, bellezza fisica e dirittura morale, come sottolinea fin da subito il giovane Charles -, la Sophia di Mistero a Crooked House, malgrado alcune improvvise e anch’esse abbastanza immotivate impennate di decisionismo, in definitiva non ci sembra nient’altro che una qualunque ragazzotta: rendendo la scelta del nonno sostanzialmente ingiustificata e privando, tra le altre cose, di spessore e consistenza l’intera sequenza della lettura del testamento e del cocente disappunto dei congiunti, nel libro uno dei momenti migliori col suo esplodere d’invidie e tensioni familiari a lungo represse.

Mistero a Crooked House si risolve insomma in un’anodina rilettura, banalizzata e illanguidita, d’uno dei congegni più perfetti e feroci della Christie, che non a caso, parlandone, lo definì un libro prediletto e che non riuscì quasi mai a trovar tollerabili le versioni cinematografiche dei suoi romanzi: e ce ne sono di belle. Chissà se questa le sarebbe piaciuta.

Editore: Mondadori
Anno: 1950