Gialli Contemporanei

Cuore apolide di Roberto Pegorini, Anno 2014

Dic 05, 2018 Gabriella Grieco
Trama 90
Suspense 75
Scrittura 84
83
Il nostro voto 83

IL PUNTO FORTE DEI ROMANZI DI PEGORINI? LA TRAMA

Roberto Pegorini, l’autore di questo romanzo, è lo stesso che ha scritto La doppia tela del ragno, libro che ho letto un paio di mesi fa e che mi è piaciuto molto nonostante la fatica mentale dovuta a una scrittura un po’ troppo prolissa. A me piacciono le frasi stringate, quelle che scorrono rapide come torrenti, e non indulgono su se stesse. Ho paragonato quella lettura a una faticosa scalata verso una vetta che offriva poi in premio una veduta incomparabile.

Questa volta, quindi, sono partita preparata. Ho indossato i miei scarponi da montagna, messo nello zaino le razioni K e una borraccia d’acqua fresca, salutato amici e parenti, e mi sono incamminata. Eccovi dunque la storia della mia avventura letteraria.

Devo dire prima di tutto che Cuore Apolide, letto successivamente a La doppia tela del ragno, è in realtà il primo libro in cui appare il giornalista Fabio Salvi. Tuttavia non è indispensabile leggerlo per primo. Anche se La doppia tela del ragno fa riferimento a episodi e vicende del precedente, è comunque una lettura godibile a se stante.

Però aver letto in ordine inverso i due romanzi mi ha suscitato una sensazione difficile da definire.

È stato… non so, straniante. Come se fossi una specie di divinità che conosce il sentiero del protagonista prima ancora che lo stesso lo percorra. Bello, comunque. Siete mai stati onniscienti? Ecco, la lettura in ordine inverso mi ha dato questa impressione. Anche se, in realtà, io sapevo ben poco dello svolgimento della storia, conoscevo tuttavia gli attori e quindi ero sicuramente un passo davanti al protagonista.

Non è stato questo, comunque, a farmi gustare il romanzo. Anzi, poteva essere un deterrente perché il fattore sorpresa/mistero – immancabile in un libro giallo – era di molto attenuato dalla mia conoscenza degli accadimenti futuri. È quindi ancora più apprezzabile che, nonostante ciò, mi abbia tanto colpita, a dimostrazione che quando uno sa scrivere, scrive bene a prescindere.

Cuore apolide ha tutti gli ingredienti giusti e il giusto modo di porli per renderlo estremamente godibile. E non ho dovuto nemmeno far ricorso alle razioni K! Non c’è stato un momento in cui la lettura mi abbia annoiata perché la trama – ma lo sapevo già – è così ben congegnata che non perde mai colpi e tiene sempre desta l’attenzione del lettore. Non è facile specialmente quando l’autore, e in questo Pegorini è davvero bravo, arricchisce il filone principale con sottotrame e spennellature caratteriali per ogni personaggio. Anche il meno importante, che magari appare solo in poche pagine, è dipinto con cura ed estrema attenzione al dettaglio. Fossi io una di quelle comparse, sarei felice di esserci!

Per essere onesta con chi mi legge e anche con chi ha scritto, voglio chiarire pure alcuni punti deboli della narrazione. Sia chiaro che non mi voglio porre in cattedra, le mie sono sempre e soltanto semplici parole di appassionata lettrice. Leggermente rompiballe, lo so.

Durante la lettura ho riscontrato alcuni difetti che avevo già evidenziato nel romanzo precedente (o successivo, fate voi; qui la mia recensione de La Doppia tela del ragno). 

Pegorini a volte si dilunga troppo – per esempio alle pagine 128, 143 e, soprattutto, 220: “il progetto che stavamo costruendo tra gioie e dolori, tra alti e bassi, tra noia e emozioni” – come se avesse timore di non essere sufficientemente chiaro e quindi reitera lo stesso concetto con parole diverse, ma sovrabbondanti. La cosa accade più spesso in Doppia tela che in Apolide e questo mi ha suscitato un dubbio. Successive conversazioni virtuali con l’autore mi hanno convinta che il mio sospetto fosse giusto. Non posso entrare troppo nel dettaglio, non amo fare spoiler, ma la sensazione che l’eccesso di ripetizioni fosse dovuto anche a un certo senso di colpa nei confronti del personaggio principale, e che quindi Pegorini avesse cercato inconsciamente di “rimediare” donandogli spazio, si è rivelata discretamente esatta.

Non mi è piaciuto l’utilizzo troppo frequente dell’esortazione colloquiale “e dai”. È vero che occorre dare quotidianità ai personaggi per renderli credibili, ma secondo me occorrerebbe maggiore moderazione. Come si dice appunto, colloquialmente: “il troppo stroppia”. Di converso, non mi è piaciuto neppure il troppo formale “si porta” adoperato al posto della forma verbale “va”. Mi è sembrato di leggere un rapporto di polizia, e non era quello il caso. In ultimo, e spero che non mi si accusi di essere una “nazigrammar”, termine che va per la maggiore nei confronti di una rompiscatole pignola come me, non amo la “d” eufonica, ma nell’incontro tra due vocali (pag. 220: tra noia e emozioni) la trovo irrinunciabile.

Avrei anche reso Fabio meno sentimentale e facile al pianto, perché mi è sembrato un po’ troppo artefatto, ma questa è una mia debolezza: non mi piacciono le esternazioni romantiche. Mai.

In conclusione, un’ottima prova d’autore. Aspetto con ansia il successivo romanzo. O i successivi.

Edizione: Caosfera
Anno: 2014